Come un quadro

Una sera a teatro inizia nel momento stesso in cui si acquistano i biglietti. Così si legge il titolo, “Io, Don Chisciotte” e subito si rimane un po’ straniti. Ha un sapore strano in bocca, questo titolo, mette a disagio: immedesima.

È Fabrizio Monteverde il coreografo e regista di questa produzione che torna a calcare la scena sulle note di Ludwig Minkus. Tra i ballerini protagonisti, provenienti dal Balletto di Roma, troviamo Iana Salenco, Isaac Hernandez, Angelo Greco e Rebecca Bianchi.

L’unicità di questo lavoro risulta evidente fin dall’inizio: nei primi secondi le note cadono nel silenzio fermo del buio e poi c’è la dedica dello spettacolo, che accompagna un solitario Don Chisciotte, unica luce su un palco invaso dall’oscurità. Comincia così la rielaborazione del famoso romanzo di Cervantes che, pur fortemente rivisitato in chiave contemporanea, ripercorre tutte le gesta del cavaliere, compresa la tristemente celebre lotta contro i mulini a vento.

Una scassata automobile bianca, ronzino fedele al padrone, è quanto c’è di scenografia in entrambi gli atti. Essa, a volte, prende vita, proteggendo o difendendo lo spagnolo e Sancho Panza con tanto di fari e clacson, portelloni e scossoni. I movimenti e le posizioni stesse dei vari ballerini vanno a costituire una sorta di scenografia, che divide, riduce o amplia il palco di volta in volta; il corpo di ballo infatti accompagna spesso i due protagonisti, come dialoghi tra un coro e un personaggio.

Il punto di forza di questa rappresentazione è la sua difficile interpretazione. L’intero balletto risulta di una bellezza estetica pari a quella di un quadro d’arte moderna. È tanto oscuro nel suo significato quanto limpido nella sua realizzazione grazie alla maestria di coreografie e scenografie e, ovviamente, alla tecnica dei ballerini. Probabilmente l’unico dubbio che si può muovere a questo proposito è proprio se tutto questo astrattismo non abbia rubato un po’ di emotività ai personaggi, rendendo il complesso più freddo.

Certo è che, alla fine dello spettacolo, le parole “Io, Don Chisciotte” avevano ormai un sapore perfetto.